login

Ricerca

spazio a...

Il disagio esistenziale

di Nicola Ghezzani


Forse c’è qualcosa che la psichiatria oggi non può e non deve fare, ed è curare il disagio esistenziale.
Il disagio esistenziale, il vecchio “male di vivere”, s’è diffuso, negli ultimi anni, ovunque nel mondo sia stato importato il modello di vita occidentale, fatto di ansie da prestazione, di competizione, di corsa al successo. Evolutosi in uno stato nevrotico acuto, il disagio esistenziale è oggi caratterizzato da una frenetica ricerca di consenso sociale, di facili gratificazioni e di status simbol e, più in profondità, dal terrore di essere “diversi” dagli altri e di “mancare” di qualcosa.
Fino a non molto tempo fa, il male di vivere fungeva da stimolo per un travaglio interiore, fatto d’incertezze e di domande, al termine del quale l’individuo riusciva il più delle volte a darsi delle risposte e a proseguire la vita più sicuro di sé e saldo in principi forgiati di sua mano.

Oggi, ai primi segni di malessere e non trovando più coordinate culturali che soccorrano la nostra confusione, ci rivolgiamo al mondo medico, il quale risponde sempre più spesso in termini riduttivi e inadeguati: diagnostica un “disturbo d’ansia” e prescrive farmaci. Questo atteggiamento (in verità più medicalista che medico, perché classifica ogni male sub specie medica) aggrava lo stato di spaesamento valoriale in cui viviamo, radicando in noi la convinzione di non possedere risorse personali a cui attingere, e trasformandoci così in potenziali farmacodipendenti.

La farmacodipendenza consiste nell’uso abituale di farmaci per risolvere ogni male provenga dal corpo o dalla mente (compresi il dolore morale e l’ansia e l’insoddisfazione esistenziali). Pressati da diagnosi e pillole finiamo per vivere nell’attesa che la medicina amministri per intero la nostra vita esentandoci dal dolore e, in questa angosciosa attesa, smarriamo – come Vladimiro e Estragone nel dramma di Beckett Aspettando Godot – la capacità di attingere alle risorse che possediamo in quanto esseri umani.

Siamo in un’epoca in cui l’industria medica ha fatturati immensi e, per contro, l’uomo comune ha sempre meno fiducia in se stesso e rischia la bancarotta esistenziale. Cosa possiamo chiedere allora non solo al mondo medico, ma anche alla psicologia, sempre più prona alla moda del medicalismo? Di recuperare un briciolo della vecchia saggezza filosofica e di risvegliare nel paziente la fiducia nelle risorse personali. Il benessere psicologico non proviene mai dall’esterno di noi stessi, tanto meno da un rimedio onnipotente: deriva, semmai, in prima battuta dall’uso di strumenti conviviali, risorse umane che gli altri ci mettono a disposizione in varia forma, sia empirica che professionale; ma in ultima istanza, quel benessere deriva dalla piena consapevolezza che l’equilibrio interiore è l’effetto di una lenta e laboriosa conquista personale.